lunedì 11 agosto 2025

2.8. Bar Paradiso (Finalmente Emmanuel e Gianni si rivedono) - Episodio conclusivo della Seconda stagione

(settembre 1998)

 

(Rumore di bar)

- Eccomi.

- Grazie di essere venuto.

- Di niente.

- Siediti, non restare in piedi.

- Vuoi che parliamo qui, in mezzo alla gente?

- Sì, per favore. Se non ti dispiace.

- Okay.

- Il Bar Paradiso è uno dei miei preferiti: ti piacerà, vedrai. Amo il suo ambiente caldo e informale. Si mangia molto bene e c’è una scelta ricchissima di vini naturali e biologici.

- Ti ringrazio, ma non ho intenzione di cenare qui, e neppure di bere vino.

- Dicevo per dire. Sai, questo bar nasconde un piccolo segreto: il “Paradiso sotterraneo“, un’area accessibile solo tramite una botola.

- Davvero? Interessante. Sei sempre una miniera di informazioni gastronomiche e di curiosità locali. E dove si va a finire attraverso quella botola?

- In un rifugio sotterraneo dedicato a degustazioni e serate speciali.

- Fantastico. Peccato non poterne approfittare.

- Già, peccato davvero. Cosa ti ordino? Il solito succo di ananas?

- Sì, grazie.

- Cameriere, per favore, un succo di ananas bello fresco, ma senza ghiaccio, e un Campari soda con una fettina di arancia.

(Silenzio)

- Mi dispiace di averti perseguitato per telefono per tutto questo tempo: non è nel mio stile, credimi. Ti chiedo scusa.

- Ci sarà un motivo se lo hai fatto, immagino. Sono qui per saperlo.

- Fra poco te lo spiego. Ma parlami un po’ di te: come ti trovi con il tuo nuovo fotografo?

- Normale. Mi fa le foto e stop. Bravo è bravo.

- Sì, Guido è uno dei migliori in zona. E per il resto? Come va con il tuo vivaio e il tuo bambino?

- Discretamente in entrambi i casi. Il vivaio inizia a vendere abbastanza e il bambino bene o male accetta la mia presenza, anche se non sa che sono suo padre.

- Immagino che la cosa ti dia un po’ di disagio.

- Sì, decisamente. Ma non mi va di parlarne adesso.

- Ti sei tagliato un po’ i capelli, vedo.

- Sì, un pochino: Guido li preferisce più corti.

- Stai bene lo stesso, ma non esagerare: come ti ho sempre detto, il tuo tipo fisico richiede i capelli lunghi. Guido non lo capisce perché è etero, e gli etero non capiscono un cazzo di estetica. Sono sempre volgari e prevedibili. Non sarà un caso, evidentemente, che tutti i più grandi artisti fossero gay.

- Sì, l’ho sempre pensato. Vedo che tu invece ti sei fatto crescere i capelli.

- Sì, avevo voglia di sembrare un po’ meno ovvio e insignificante.

- Non sei mai stato ovvio e insignificante, Gianni. Sbaglio o li hai anche tinti un po’?

- Sì, ho fatto una tinta castana per… per cercare…

- Per cercare di piacere di più ai ragazzi?

- L’ho fatta ieri, Emmanuel: non ho ancora visto nessun ragazzo.

- Ora non vorrai farmi credere di averla fatta per me, tanto più che a me sono sempre piaciuti i tuoi capelli grigi. Ad ogni modo i capelli così ti stanno benissimo, e anche gli occhialetti rotondi: sembri una specie di D’Artagnan intellettuale, hai una nobiltà d’altri tempi.

- Sei sempre gentile con me, passerotto… Scusa, non volevo chiamarti passerotto: mi è sfuggito.

- Va bene così, Gianni. Ehi, ma su con la vita: perché sei così depresso?

- Ti ho fatto venire fin qui appunto per spiegartelo.

- Allora fallo, per favore.

- Hai fretta di andartene?

- No, non ho nessuna fretta.

(Sospira)

- Prima di tutto devo chiederti scusa: quel giorno con Aaron mi sono comportato in un modo ignobile con te.

- Sì, assolutamente. Mi hai offeso a morte, Gianni.

- Lo so. Voglio spiegarti perché l’ho fatto.

- Forse semplicemente perché ti piaceva Aaron e volevi sbarazzarti di me.

- Sei completamente fuori strada, e fra l’altro, scusa se te lo faccio notare, non ragioni in modo lucido: se così fosse, ne avrei approfittato per escluderti dalla mia vita, non ti avrei certamente ossessionato con continue telefonate e richieste di rivederti.

- Sì, ci ho pensato anch’io, ma ho creduto che fosse solo un po’ di rimorso per avermi fatto stare tanto male.

- Sei stato davvero tanto male?

- Da morire.

- Allora è proprio come pensavo.

- Cioè?

- Poi ci arrivo.

- Come sta Aaron?

- Immagino che stia benissimo: è negli States e fa il mantenuto di una miliardaria attempata.

- Ma dai: s’è messo a fare il gigolò?

- Esattamente. Del resto, era nelle sue corde.

- Era simpatico, Aaron: se non fosse che ne ero stupidamente geloso…

- Sì, molto stupidamente, credimi: io non avevo occhi che per te.

- Non si sarebbe detto. A proposito, com’è andata la campagna pubblicitaria per la Smart Fortwo?

- Malissimo, gioia: purtroppo avevi ragione tu, hanno trovato ridicola l’idea di due ragazzoni grandi e grossi che stanno insieme in una Smart. Hanno affidato la campagna a un altro fotografo molto meno originale, che come al solito ci ha messo un paio di femmine. L’apoteosi della prevedibilità.

- Mi dispiace, Gianni, sul serio.

- Del resto, un po’ tutto il mio lavoro non sta andando bene. Ho perso l’ispirazione, i miei scatti ormai sono banali. Eri tu la mia Musa.

- Gianni, io… cioè, mi dispiace, ormai lavoro con Guido, ma se ti servisse… Solo che non posso permettermi di pagare due fotografi, ecco.

- Ma no, cucciolo, non ti sto chiedendo di fare di nuovo delle foto con me; a parte il fatto che, se accadesse, non ti farei pagare il servizio: faremmo a metà del cachet della commissione. Ma non è per questo che ho voluto vederti, non c’entrano niente le foto.

- Allora dimmi, Gianni.

- Quel giorno io avevo deciso di chiudere con te: per questo ti ho trattato in quel modo assurdo, mettendo in campo anche Aaron.

- Ma perché, Gianni? Cosa ti ho fatto?

- Niente: semplicemente esisti.

- Ah, ho capito: è sempre la solita storia. Io sono “troppo”, faccio star male eccetera. Quindi mi sono beccato l’ennesima porta in faccia, ecco tutto.

- No, aspetta, non è così semplice. Io pensavo di dover assolutamente chiudere con te, ma non ne avevo la forza, e allora per riuscirci ho scelto il mezzo più rozzo e offensivo: ho cercato di fare in modo che fossi tu a non volerne più sapere di me.

- Bene Gianni, ti comunico che ci sei riuscito. Non ho ancora ben capito perché tu dovessi a tutti i costi chiudere con me, invece di cercare un compromesso o qualcosa del genere, ma ne prendo atto.

- Emmanuel, io non potevo trovare nessun compromesso di nessun genere, perché ormai ti amavo.

- Gianni… Però non capisco, ne avevamo già parlato quella notte, e mi sembrava che…

- Cucciolo, non era così semplice come mi era sembrato. Io ti pensavo giorno e notte, contavo i minuti che mi separavano da quando ti avrei rivisto, capisci? Non vivevo più. Anche il fatto di fare a meno del sesso era solo un pretesto per non rovinare tutto: non potevo correre il rischio di non rivederti più. Ma il punto era proprio quello: io ormai ero disposto a rinunciare a tutto pur di avere la tua presenza: tu mi eri diventato necessario come l’aria che respiravo, e io stesso non ne capivo il motivo e mi spaventavo ogni giorno di più.

- E così hai deciso di far saltare il banco?

- Sì, proprio così.

- Ti capisco, Gianni. Hai scelto un modo crudelissimo per liberarti di me, ma in fondo ti capisco: se ero diventato un peso così insopportabile per te, ci sta che tu abbia deciso di sbarazzarti di me anche con mezzi crudeli e violenti. Ora che lo so non ti porto nessun rancore, hai fatto bene a dirmelo. Forse mi hai chiamato qui perché volevi chiedermi scusa e farti perdonare? Allora sappi che ti perdono con tutto il cuore, perché sei stato sincero.

- No cucciolo, non è tutto qui.

- Non è tutto qui? Che altro c’è?

- Quando ho visto la tua reazione rabbiosa mi sono reso conto che anche tu ci tenevi davvero a me. Le tue grida disperate da leoncino ferito mi hanno bucato il cuore da parte a parte. Io non mi aspettavo una simile reazione da parte tua, sai?

- Ah, quindi pensavi che io fossi un rammollito senza spina dorsale? Grazie della stima.

- No, non pensavo questo: ti credevo un animaletto più tranquillo, ecco tutto; non ti attribuivo la nobiltà di carattere di un leoncino. E invece lo sei. E poi pensavo che in fondo non t’importasse gran che di me. Alla fine, cosa te ne doveva importare di un tizio di mezza età senza nessuna particolare attrattiva? Sì, magari poteva essere una specie di cottarella giovanile, di quelle che passano come le nuvole spinte dal vento. Ma la tua reazione, sia sul momento che dopo, mi ha fatto pensare a qualcosa di più serio.

- Gianni, io credevo di avertelo fatto capire che provavo per te qualcosa di serio. Ora non chiedermi di spiegarti perché: si viene sempre colti in contropiede dall’amore. Capita e basta.

- Ma questo ha cambiato completamente le cose. Io pensavo che lasciandoti avrei sofferto moltissimo per un certo periodo, ma alla fine me ne sarei fatto una ragione; pensavo che a distanza di tempo la cosa mi sarebbe apparsa per quella che era, o meglio credevo che fosse: la tipica crisi di mezza età di un gay che perde la testa per un ragazzino, ma che rinsavisce per forza quando si accorge che per il ragazzino era stata solo una piccola e momentanea cotta, destinata a passare nel giro di poche settimane. È come prendere un cazzotto fortissimo in piena faccia: lì per lì ti stordisce, ma poi torni in te e capisci che il cretino eri tu, che hai voluto sfidare uno molto più forte di te.

- Eh ma non era così, Gianni. Non era così. Io ti volevo bene sul serio e ne ho sofferto moltissimo, non riuscivo a capacitarmi che tu volessi buttarmi fuori della tua vita senza un motivo apparente.

- Lo so, l’ho capito.

- Adesso che conosco il motivo ne soffro lo stesso, ma per lo meno mi sono reso conto che avevi una ragione seria per farlo. Ti ringrazio di avermelo detto.

- Emmanuel, io…

- Cosa c’è? Gianni, ti prego, non posso vederti così triste.

- È che non so come uscirne.

- Da cosa?

- Io ti ho mandato via dalla mia vita, ma ora sto da cani. Volevo fare l’eroe, il maestro, il Socrate della situazione, ma sono soltanto un miserabile idiota. Io non posso stare senza di te, non riesco a vivere, capisci? Ti prego di ritornare nella mia vita in qualche modo, non importa quale.

- È per dirmi questo che mi hai mandato a chiamare?

- Sì. Ti chiedo perdono di questo, non avrei voluto disturbarti. Lo so che mi sto rendendo ridicolo, ma ti supplico: mi metterei in ginocchio se non fossimo in un bar. Io ti amo, Emmanuel, ti amo con tutta l’anima. Ti prego, ti scongiuro: ho bisogno di te. Scegli tu il modo, uno qualsiasi, purché io possa vederti.

(Qualche secondo di silenzio)

- È incredibile quello che mi hai detto, sai?

- Mi dispiace, io…

- Gianni, non scusarti: hai fatto una cosa straordinaria. Nessuno è mai riuscito a dirmi “ti amo”. Nessuno, salvo una sola volta la madre di mio figlio. Ma poi ha cambiato idea: chi ama davvero non cambia idea. È bellissimo quello che hai appena fatto, sai? Bellissimo e coraggioso. Nessuno, mai, mi ha supplicato di rimanere nella sua vita.

- Io pensavo che ti desse fastidio sentirtelo chiedere da me.

- Fastidio? Oh Gianni, mi hai reso straordinariamente felice! Erano settimane che vivevo con un peso opprimente addosso, mi sentivo il cuore stritolato in una morsa: tutto quello che facevo aveva un orribile retrogusto amaro, era come se ci fosse del veleno nell’aria che respiravo. Ora respiro a pieni polmoni, mi sento volare. Grazie, davvero.

- Di niente, cucciolo: è la pura verità.

- Guardami, Gianni: sorridi, non devi essere triste.

- Perché dovrei sorridere?

- Perché sto per dirti una cosa carina.

- Sì? E quale?

- Ti amo anch’io.

- Ma cosa dici, bambino?

- La verità: ti amo.

- Non capisco… Se è uno scherzo, per favore, dimmelo subito.

- Io non scherzo mai su queste cose, Gianni. Ti amo davvero.

(Silenzio)

- Cerchiamo di non piangere, cucciolo, stiamo dando spettacolo.

- Dammi la mano, Gianni. Anzi, dammele tutte e due.

- Ma qui, davanti a tutti? La gente ci guarda.

- Chissenefrega. Fammi accarezzare i tuoi capelli, mi piacciono da morire.

- Non prendermi in giro, ti prego: sono solo un vecchio gay con la tinta fatta da un parrucchiere. Un essere ridicolo.

- Sei bellissimo, Gianni. Io ti vedo bellissimo.

- Se mi vedi bellissimo sei davvero innamorato: solo gli innamorati sono così ciechi.

- Sì, sono cieco e innamorato, forse sono anche scemo, ma non voglio sapere perché sta succedendo tutto questo. Lasciami in pace, Gianni: sono felice, cazzo, sono felice! Tu mi ami, sei tornato a cercarmi e io sto tenendo la tua mano. Sto vivendo uno dei momenti più belli della mia vita, non me ne frega niente del perché e del percome.

- Siamo nei guai, amore mio.

- Perché?

- Io non posso stare con te, lo sai: sto con un altro uomo. Ma non c’è solo questo: anche se così non fosse, io non riesco a toccare il tuo corpo con intenzioni sessuali. Mi sembra un sacrilegio, e non vorrei mai che tu toccassi per scopi sessuali il mio corpo così appassito: mi vergognerei a morte.

- Non è affatto appassito, ma okay, prendo atto dei tuoi tabù e li rispetto. Faremo a meno del sesso.

- E quindi cosa possiamo fare insieme noi due? Non possiamo vivere né insieme né separati. Per questo ti dico che siamo nei guai.

- Ascoltami, amore… Posso chiamarti amore?

- Certo che puoi, anche se mi sembra una cosa dell’altro mondo. Mi tocco per vedere se sono sveglio.

- Dobbiamo ragionare a mente serena, mettere le cose sul tavolo una dopo l’altra e cercare con calma una soluzione. Con un po’ di buona volontà si riesce a trovare una soluzione a tutto.

- Dici?

- Dico. Dobbiamo solo sforzarci di essere assolutamente onesti.

- Sì, questo senz’altro: hai visto che disastro ho combinato cercando di ingannarti.

- Infatti. E quindi mettiamo sul tavolo il primo dato di fatto: noi due ci amiamo.

- Sì.

- Questa è una cosa di cui non siamo responsabili. Puoi considerarlo un dono o una maledizione, a seconda dei punti di vista, ma il risultato non cambia: non possiamo farci niente.

- Infatti: ci è capitato e basta.

- E allora non è una colpa: fin qui siamo a posto tutti e due. I sentimenti che proviamo l’uno per l’altro non possiamo eliminarli e di per sé non sono un male. Può essere un male cercare di tradurli in qualcosa che non dobbiamo fare: tu, per esempio, saresti molto a disagio se tradissi il tuo Massimiliano.

- È peggio di così: come ti ho già detto, non potrei tradirlo con te, perché tu per me non sei un’avventura. Lo lascerei definitivamente, e poi vivrei nel rimorso per tutto il resto della mia vita.

- Ma poi mi par di capire che non potresti tradirlo con me nemmeno volendo, dato che hai quella specie di tabù sessuale nei miei confronti.

- Guarda, cucciolo, questa è una cosa di cui non mi capacito: non mi era mai successo con nessuno, sai? Più ti desidero, più provo ritegno nei tuoi confronti.

- Ce ne faremo una ragione, Gianni: anzi, da un certo punto di vista ci aiuta.

- Ma quindi, tesoro, cosa ci resta da fare insieme?

- Tutto il resto, Gianni. Un sacco di cose, ma proprio un sacco. È l’anima che ama, non il corpo, no? Le nostre anime impareranno ad amarsi passeggiando, telefonandosi, dicendosi delle cose carine, tenendosi per mano come adesso, raccontandosi le loro giornate, eccetera eccetera. Anzi, sai cosa mi è venuto in mente?

- Cosa, amore mio?

- Arrivando qui, in periferia, ho visto un enorme cinema multisala a più piani: potremmo passare qualche giornata insieme lì dentro a guardarci dei bei film, mangiare insieme al bar, starcene seduti nelle poltroncine delle sale d’aspetto a guardare il panorama sotto di noi dall’alto delle vetrate dell’ultimo piano: sarà come starcene appollaiati in Paradiso a sgranocchiare cioccolatini colorati, fuori del mondo.

- È un’idea meravigliosa, cucciolo.

- Poi magari un giorno torniamo qui e ci infiliamo in quella botola che dicevi, eh? E se avrai voglia di farmi qualche foto, naturalmente, faremo anche quella. Che te ne pare della mia proposta?

- Non so cosa dire, perché prima devo svegliarmi: sto vivendo uno strano sogno in cui un angelo seduto di fronte a me al tavolo di un bar mi tiene per mano e mi propone di entrare in Paradiso con lui, invece di mandarmi via a calci nel sedere per il male che gli ho fatto. Quindi sì, certamente sto sognando e fra poco mi sveglio.

- Gianni, in Paradiso ci siamo già: questo è il Bar Paradiso, non ricordi? Basta piangere, su.

- Stiamo diventando melensi come due personaggi da fotoromanzo, marmottino.

- Oh, finalmente mi hai chiamato di nuovo marmottino: non hai idea di quanto mi sia mancato. Sì, siamo sdolcinati e melensi. Immersi nella melassa come il ghiro di Alice, dolciastri e appiccicosi.

- Facciamo veramente schifo, ci stanno guardando tutti. E non mi sono mai sentito meglio in vita mia.

- Dammi un bacio. Un bacio si può, è consentito dal regolamento.

- Quale regolamento?

- Quello del Paradiso.

 

 

 

 

 

 

lunedì 4 agosto 2025

2.7. Il processo (Emmanuel decide che ne ha abbastanza)

- Emmanuel, è inutile che cerchi di negare l'evidenza: dovevi stare più attento.

- Michele, non ho bisogno che me lo dica tu: è da ieri che me lo ripeto. Dovevo stare più attento, anche se non ho ancora capito a cosa, dannazione. In realtà credo di essere semplicemente molto sfigato: sono stato attentissimo, non ho perso di vista Martino neppure per un secondo. Quando si è fatto male stava camminando accanto a me e lo tenevo per mano.

- Tesoro, - interviene con dolcezza mia madre - il fatto è che non avresti fargli dovuto togliere le scarpine.

- Sì mamma, hai ragione, non dovevo farlo camminare a piedi nudi.

- Eh già - conferma mio fratello con ironia, con il tono di chi dice "povero fesso, non arriva a capire le cose ovvie".

- Ma poi, Emmanuel - aggiunge mio padre - non puoi prenderti certe libertà con il figlio di un altro: come ti è saltato in testa di portarlo a fare una passeggiata come se fosse figlio tuo? Io davvero non ti capisco.

Sono al colmo dell'esasperazione.

- Papà, mi par di capire che neppure Michele sia il padre del bambino, ma sul fatto che lui se lo porti dove gli pare non avete mai trovato da ridire.

- Cos'è, sei invidioso di Michele perché Antonia gli ha chiesto di fare da padrino?

- Papà…

- Calma, fratello - mi interrompe Michele, cambiando opportunamente argomento - Io non ho mai portato Martino in giro senza che ci fosse Antonia. Al limite lo porto qui, alla villa, dove ci sono la mamma e Teresa che non lo perdono mai di vista. Ma non mi sono mai sognato di portarmelo in giro da solo in posti pericolosi.

- Pericolosi! - sbotto - Pericoloso il torrente Orco in una giornata d'estate? Ma se ci ho passato metà della mia adolescenza!

- A quanto pare è pericoloso, visto che il piccolo s'è fatto male.

Taccio, masticando rabbia e amarezza. Non mi sento giustificato neppure in veste di padre, quale in effetti sono, ma quello che sto subendo è un processo kafkiano dove io sono un Signor Nessuno che si è preso, chissà perché, la libertà di portarsi in giro il figlio di qualcun altro, e questo mi fa ribollire il sangue nelle vene. Sto per sbottare "Ma andate affanculo, teste di cazzo, non lo avete ancora capito che è figlio mio?".

Mi trattengo appena in tempo, e solo perché dovrei spiegare ai miei un po' di cosette circa i miei rapporti con l'ex moglie di mio fratello. A volte penso che sarebbe meglio farlo, a costo di suscitare sdegno e scandalo: sarebbe l'unico modo per chiarire la situazione. Ma in questo momento, mi dispiace ammetterlo, non me ne importa abbastanza: non vedo perché dovrei fare tutta questa fatica per chiarirmi con gente che, in fondo, non ha nessuna voglia di capirmi. Meglio fregarsene, che pensino un po' quel che gli pare.

Teresa, che sta servendo il caffè, si permette di intervenire con un sorriso, vedendomi in difficoltà.

- Manuelito pensa che erano tutti come lui - dice bonariamente, per sdrammatizzare.

- Ha proprio ragione, Teresa, - conferma mia madre - lui da bambino saltava come una capra da un sasso all'altro sui torrenti e non si faceva mai male. Ma il bambino di Antonia è più fragile di te, tesoro: si vede...

- Vero, - confermo - ho ragionato con la testa di uno che da piccolo non si è mai fatto male, ma evidentemente non sono tutti come me.

- Antonia come l'ha presa? - s'informa mio padre. Non faccio in tempo a rispondere: Michele mi previene.

- Come vuoi che l'abbia presa, papà? Malissimo. S'è arrabbiata molto, tanto più che lei è contraria ai vaccini in tenera età; ma in questo caso Emmanuel ha fatto la cosa giusta, facendogli fare l'antitetanica.

- Certo, non c'era alternativa. Ora il bambino come sta?

- Così così. Non riesce ad appoggiare il piedino a terra e ha la gamba un po' gonfia. Però è di carattere forte e sta reagendo bene, almeno psicologicamente: sono riuscito a farlo giocare un po' con il suo Sapientino, era di buon umore.

- Immagino - dice timidamente mia madre - che non vorrà più vedere Emmanuel, dopo quello che è successo.

- In realtà no. - risponde mio fratello - Ha detto più volte "Tio cattivo", ma poi, mentre stavamo giocando, s'è voltato a guardare e ha chiesto dov'era "Tio Manu", che nel frattempo se n'era andato sbattendo la porta.

- E mi sa che non lo rivedrà più per un po', "Tio Manu" - rispondo con tono sarcastico - Col cazzo che rimetto piede in quella casa, dopo il modo in cui mi ha trattato Antonia.

- Emmanuel, cerca di capire: è stata una reazione emotiva assolutamente inevitabile date le circostanze, ma poi ti ha chiesto scusa.

- Non so che farmene delle sue scuse, specie suggerite da te. Pensi che non me ne sia accorto?

Non volevo assumere questo atteggiamento strafottente, ma ho i nervi a fior di pelle e non ne posso più di questo processo. Non vedo l'ora di andarmene.

- Tesoro, vedrai che quando il bambino guarisce torna tutto a posto: incidente dimenticato.

Guardo freddamente mia madre.

- Vedi mamma, sono io che non dimentico. E adesso, se permettete, me ne vado: nel pomeriggio ho un paio di appuntamenti con delle clienti al vivaio.

- Non resti a pranzo con noi?

- No, grazie.

- È ancora presto, sono solo le dieci.

- Ho fretta, mamma: devo andare da una parrucchiera a farmi mettere le extension.

- Le… extension?... Stai scherzando, vero?

- Ovviamente, mamma.

- E allora, se è uno scherzo, perché non resti a mangiare da noi?

- Mamma, ho delle cose da fare: devo lavorare, se voglio restituire il prestito.

Faccio un teatrale inchino di saluto all'assemblea e giro sui tacchi.

 

...

 

- Ti stanno bene i kabelu un po' più lungheti, Prins.

- Grazie, May.

- Te lo ha chiesto Guido?

- No, Carlos, è stata una mia iniziativa.

- Sicuro?

- Sicurissimo.

- Comunque, Principe, dovevi stare più attento: uno si può fare male seriamente, in un torrente.

- Oh cazzo! - sbotto esasperato - Anche tu, Carlos?

- Irmùn... - inizia Mayra, vedendo la tempesta addensarsi sul mio volto.

- No May, - la rimbecca Carlos - quel che è giusto è giusto: non puoi dargli sempre ragione anche quando ha torto.

- Okay Carlos, ho capito: ciao, ragazzi.

Scosto rumorosamente la sedia di legno e mi alzo.

- Ma no, Prinsy! Aspetta, prendi una fetta di dolce...

- Grazie May, no.

Bella, infastidita da tutta quell'agitazione, inizia ad abbaiare.

- Zitta, bella! - esclamo. Bella guaisce e tace di colpo.

Mayra perde improvvisamente la pazienza.

- Adeso basta tuti e due, va bene? Scolta me, irmùn: il Prinsy ha fatto del suo melio e no è colpa sua se ha fatto un erore. Capita a tutti di fare deli errori. Te non ne fai mai?

Poi si rivolge a me con dolcezza:

- E te, Manu, quando fai delle robe del genere, magari chiedi a me che ti compagno volontieri: quattro oki vedono melio di due. Ti dò una mano io a guardare il mininu.

Le sorrido, ma ribatto:

- Grazie, May: in pratica mi stai dicendo che da solo non sono in grado di badare a mio figlio.

- Ma no, figurati, Manu... no mi permeterei mai!

- Eh, ma è proprio quello che hai detto.

- Anche perché è quello che è successo, Principe - conclude Carlos senza animosità, con il tono di una semplice constatazione.

Mi butto la giacca di jeans in spalla.

- Va bene ragazzi, ho capito. Grazie di tutto.

- Ma Prinsy...

- Sono stanco, May, è stata una giornata pesantissima. Vado a casa a dormire.

- No vuoi stare qui?

- No grazie, stasera no. Vieni, Bella.

Faccio qualche passo verso l'uscita, poi sulla soglia mi volto.

- Oh, a proposito: domani non ci vediamo, ho un appuntamento molto importante a Milano.

- Con Guido? - mi chiede Carlos.

Sorrido.

- Sono affari miei - rispondo, ed esco.

Chiudo la porta dietro di me e li sento discutere animatamente: Mayra sta rimproverando suo fratello. Fingo di non sentire e salgo sul mio fuoristrada.

Mentre sto guidando verso la mia casetta di Baldissero provo un acuto senso di solitudine e un immenso sollievo per essermi levato dai piedi tutti quanti, con l'eccezione di Mayra, che però stasera era irritante con la sua caritatevole offerta di aiuto. Lacrime di rabbia e delusione mi salgono agli occhi al pensiero che io avevo davvero fatto del mio meglio con Martino: evidentemente il mio meglio è molto al di sotto della sufficienza. Un pensiero mi attraversa la mente: sarebbe stato meglio, molto meglio, se io non lo avessi messo al mondo. Questo pensiero è così orribile che mi paralizza qualcosa dentro. Devo essere impazzito. Martino è un bambino speciale, non so come io possa coltivare rimpianti del genere: anche se non dovessi mai essere all'altezza del ruolo di padre, sarebbe stato comunque importante dargli la possibilità di vivere, vivere come gli pare, con chiunque altro. E se io non gli piaccio, pazienza. Neppure a me piacerebbe avere un padre gay e pasticcione che mi mette in pericolo invece di proteggermi.

Inghiotto le lacrime e proseguo imperturbato. Scaccio tutti i ricordi di quegli ultimi due giorni e faccio spazio per un solo pensiero: domani rivedrò Gianni.

Da qualche tempo faccio spesso uno strano sogno: stiamo camminando fianco a fianco lungo un sentiero di campagna dorato. Tutto, intorno, ha il colore dell'oro: anche l'aria è dorata. All'improvviso lui mi avvinghia alla vita e mi bacia con tanta violenza da soffocarmi quasi; sono costretto ad opporre resistenza e ad allontanarlo un po' da me. Gli dico dolcemente: "Così mi togli il respiro, Gianni".

Non voglio coltivare né speranze né paure: andrà come andrà, ma in questo momento l'unica fonte di dolcezza in quel deserto è lui.

Lui che ha voluto a tutti i costi rivedermi.

Lui che si è messo sotto i piedi dignità e orgoglio pur di mantenere i contatti con me, nonostante io gli chiudessi ogni volta il telefono in faccia.

Lui che ha fatto il diavolo a quattro pur di rivedere questo essere fallimentare che non combina mai niente di buono, questo perdente su cui tutti trovano da ridire.

Lui che trova questo perdente meraviglioso.

Pigmalione ama la sua statua, la vede bellissima, non si accorge dei suoi difetti, e lei ricambia inevitabilmente il suo amore.

Il mio Pigmalione.

Lui, il solo, l'unico.

Gianni.

Del giudizio degli altri, adesso, non m'importa niente.