lunedì 4 agosto 2025

2.7. Il processo (Emmanuel decide che ne ha abbastanza)

- Emmanuel, è inutile che cerchi di negare l'evidenza: dovevi stare più attento.

- Michele, non ho bisogno che me lo dica tu: è da ieri che me lo ripeto. Dovevo stare più attento, anche se non ho ancora capito a cosa, dannazione. In realtà credo di essere semplicemente molto sfigato: sono stato attentissimo, non ho perso di vista Martino neppure per un secondo. Quando si è fatto male stava camminando accanto a me e lo tenevo per mano.

- Tesoro, - interviene con dolcezza mia madre - il fatto è che non avresti fargli dovuto togliere le scarpine.

- Sì mamma, hai ragione, non dovevo farlo camminare a piedi nudi.

- Eh già - conferma mio fratello con ironia, con il tono di chi dice "povero fesso, non arriva a capire le cose ovvie".

- Ma poi, Emmanuel - aggiunge mio padre - non puoi prenderti certe libertà con il figlio di un altro: come ti è saltato in testa di portarlo a fare una passeggiata come se fosse figlio tuo? Io davvero non ti capisco.

Sono al colmo dell'esasperazione.

- Papà, mi par di capire che neppure Michele sia il padre del bambino, ma sul fatto che lui se lo porti dove gli pare non avete mai trovato da ridire.

- Cos'è, sei invidioso di Michele perché Antonia gli ha chiesto di fare da padrino?

- Papà…

- Calma, fratello - mi interrompe Michele, cambiando opportunamente argomento - Io non ho mai portato Martino in giro senza che ci fosse Antonia. Al limite lo porto qui, alla villa, dove ci sono la mamma e Teresa che non lo perdono mai di vista. Ma non mi sono mai sognato di portarmelo in giro da solo in posti pericolosi.

- Pericolosi! - sbotto - Pericoloso il torrente Orco in una giornata d'estate? Ma se ci ho passato metà della mia adolescenza!

- A quanto pare è pericoloso, visto che il piccolo s'è fatto male.

Taccio, masticando rabbia e amarezza. Non mi sento giustificato neppure in veste di padre, quale in effetti sono, ma quello che sto subendo è un processo kafkiano dove io sono un Signor Nessuno che si è preso, chissà perché, la libertà di portarsi in giro il figlio di qualcun altro, e questo mi fa ribollire il sangue nelle vene. Sto per sbottare "Ma andate affanculo, teste di cazzo, non lo avete ancora capito che è figlio mio?".

Mi trattengo appena in tempo, e solo perché dovrei spiegare ai miei un po' di cosette circa i miei rapporti con l'ex moglie di mio fratello. A volte penso che sarebbe meglio farlo, a costo di suscitare sdegno e scandalo: sarebbe l'unico modo per chiarire la situazione. Ma in questo momento, mi dispiace ammetterlo, non me ne importa abbastanza: non vedo perché dovrei fare tutta questa fatica per chiarirmi con gente che, in fondo, non ha nessuna voglia di capirmi. Meglio fregarsene, che pensino un po' quel che gli pare.

Teresa, che sta servendo il caffè, si permette di intervenire con un sorriso, vedendomi in difficoltà.

- Manuelito pensa che erano tutti come lui - dice bonariamente, per sdrammatizzare.

- Ha proprio ragione, Teresa, - conferma mia madre - lui da bambino saltava come una capra da un sasso all'altro sui torrenti e non si faceva mai male. Ma il bambino di Antonia è più fragile di te, tesoro: si vede...

- Vero, - confermo - ho ragionato con la testa di uno che da piccolo non si è mai fatto male, ma evidentemente non sono tutti come me.

- Antonia come l'ha presa? - s'informa mio padre. Non faccio in tempo a rispondere: Michele mi previene.

- Come vuoi che l'abbia presa, papà? Malissimo. S'è arrabbiata molto, tanto più che lei è contraria ai vaccini in tenera età; ma in questo caso Emmanuel ha fatto la cosa giusta, facendogli fare l'antitetanica.

- Certo, non c'era alternativa. Ora il bambino come sta?

- Così così. Non riesce ad appoggiare il piedino a terra e ha la gamba un po' gonfia. Però è di carattere forte e sta reagendo bene, almeno psicologicamente: sono riuscito a farlo giocare un po' con il suo Sapientino, era di buon umore.

- Immagino - dice timidamente mia madre - che non vorrà più vedere Emmanuel, dopo quello che è successo.

- In realtà no. - risponde mio fratello - Ha detto più volte "Tio cattivo", ma poi, mentre stavamo giocando, s'è voltato a guardare e ha chiesto dov'era "Tio Manu", che nel frattempo se n'era andato sbattendo la porta.

- E mi sa che non lo rivedrà più per un po', "Tio Manu" - rispondo con tono sarcastico - Col cazzo che rimetto piede in quella casa, dopo il modo in cui mi ha trattato Antonia.

- Emmanuel, cerca di capire: è stata una reazione emotiva assolutamente inevitabile date le circostanze, ma poi ti ha chiesto scusa.

- Non so che farmene delle sue scuse, specie suggerite da te. Pensi che non me ne sia accorto?

Non volevo assumere questo atteggiamento strafottente, ma ho i nervi a fior di pelle e non ne posso più di questo processo. Non vedo l'ora di andarmene.

- Tesoro, vedrai che quando il bambino guarisce torna tutto a posto: incidente dimenticato.

Guardo freddamente mia madre.

- Vedi mamma, sono io che non dimentico. E adesso, se permettete, me ne vado: nel pomeriggio ho un paio di appuntamenti con delle clienti al vivaio.

- Non resti a pranzo con noi?

- No, grazie.

- È ancora presto, sono solo le dieci.

- Ho fretta, mamma: devo andare da una parrucchiera a farmi mettere le extension.

- Le… extension?... Stai scherzando, vero?

- Ovviamente, mamma.

- E allora, se è uno scherzo, perché non resti a mangiare da noi?

- Mamma, ho delle cose da fare: devo lavorare, se voglio restituire il prestito.

Faccio un teatrale inchino di saluto all'assemblea e giro sui tacchi.

 

...

 

- Ti stanno bene i kabelu un po' più lungheti, Prins.

- Grazie, May.

- Te lo ha chiesto Guido?

- No, Carlos, è stata una mia iniziativa.

- Sicuro?

- Sicurissimo.

- Comunque, Principe, dovevi stare più attento: uno si può fare male seriamente, in un torrente.

- Oh cazzo! - sbotto esasperato - Anche tu, Carlos?

- Irmùn... - inizia Mayra, vedendo la tempesta addensarsi sul mio volto.

- No May, - la rimbecca Carlos - quel che è giusto è giusto: non puoi dargli sempre ragione anche quando ha torto.

- Okay Carlos, ho capito: ciao, ragazzi.

Scosto rumorosamente la sedia di legno e mi alzo.

- Ma no, Prinsy! Aspetta, prendi una fetta di dolce...

- Grazie May, no.

Bella, infastidita da tutta quell'agitazione, inizia ad abbaiare.

- Zitta, bella! - esclamo. Bella guaisce e tace di colpo.

Mayra perde improvvisamente la pazienza.

- Adeso basta tuti e due, va bene? Scolta me, irmùn: il Prinsy ha fatto del suo melio e no è colpa sua se ha fatto un erore. Capita a tutti di fare deli errori. Te non ne fai mai?

Poi si rivolge a me con dolcezza:

- E te, Manu, quando fai delle robe del genere, magari chiedi a me che ti compagno volontieri: quattro oki vedono melio di due. Ti dò una mano io a guardare il mininu.

Le sorrido, ma ribatto:

- Grazie, May: in pratica mi stai dicendo che da solo non sono in grado di badare a mio figlio.

- Ma no, figurati, Manu... no mi permeterei mai!

- Eh, ma è proprio quello che hai detto.

- Anche perché è quello che è successo, Principe - conclude Carlos senza animosità, con il tono di una semplice constatazione.

Mi butto la giacca di jeans in spalla.

- Va bene ragazzi, ho capito. Grazie di tutto.

- Ma Prinsy...

- Sono stanco, May, è stata una giornata pesantissima. Vado a casa a dormire.

- No vuoi stare qui?

- No grazie, stasera no. Vieni, Bella.

Faccio qualche passo verso l'uscita, poi sulla soglia mi volto.

- Oh, a proposito: domani non ci vediamo, ho un appuntamento molto importante a Milano.

- Con Guido? - mi chiede Carlos.

Sorrido.

- Sono affari miei - rispondo, ed esco.

Chiudo la porta dietro di me e li sento discutere animatamente: Mayra sta rimproverando suo fratello. Fingo di non sentire e salgo sul mio fuoristrada.

Mentre sto guidando verso la mia casetta di Baldissero provo un acuto senso di solitudine e un immenso sollievo per essermi levato dai piedi tutti quanti, con l'eccezione di Mayra, che però stasera era irritante con la sua caritatevole offerta di aiuto. Lacrime di rabbia e delusione mi salgono agli occhi al pensiero che io avevo davvero fatto del mio meglio con Martino: evidentemente il mio meglio è molto al di sotto della sufficienza. Un pensiero mi attraversa la mente: sarebbe stato meglio, molto meglio, se io non lo avessi messo al mondo. Questo pensiero è così orribile che mi paralizza qualcosa dentro. Devo essere impazzito. Martino è un bambino speciale, non so come io possa coltivare rimpianti del genere: anche se non dovessi mai essere all'altezza del ruolo di padre, sarebbe stato comunque importante dargli la possibilità di vivere, vivere come gli pare, con chiunque altro. E se io non gli piaccio, pazienza. Neppure a me piacerebbe avere un padre gay e pasticcione che mi mette in pericolo invece di proteggermi.

Inghiotto le lacrime e proseguo imperturbato. Scaccio tutti i ricordi di quegli ultimi due giorni e faccio spazio per un solo pensiero: domani rivedrò Gianni.

Da qualche tempo faccio spesso uno strano sogno: stiamo camminando fianco a fianco lungo un sentiero di campagna dorato. Tutto, intorno, ha il colore dell'oro: anche l'aria è dorata. All'improvviso lui mi avvinghia alla vita e mi bacia con tanta violenza da soffocarmi quasi; sono costretto ad opporre resistenza e ad allontanarlo un po' da me. Gli dico dolcemente: "Così mi togli il respiro, Gianni".

Non voglio coltivare né speranze né paure: andrà come andrà, ma in questo momento l'unica fonte di dolcezza in quel deserto è lui.

Lui che ha voluto a tutti i costi rivedermi.

Lui che si è messo sotto i piedi dignità e orgoglio pur di mantenere i contatti con me, nonostante io gli chiudessi ogni volta il telefono in faccia.

Lui che ha fatto il diavolo a quattro pur di rivedere questo essere fallimentare che non combina mai niente di buono, questo perdente su cui tutti trovano da ridire.

Lui che trova questo perdente meraviglioso.

Pigmalione ama la sua statua, la vede bellissima, non si accorge dei suoi difetti, e lei ricambia inevitabilmente il suo amore.

Il mio Pigmalione.

Lui, il solo, l'unico.

Gianni.

Del giudizio degli altri, adesso, non m'importa niente.

 

 

 

 

 

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