mercoledì 30 luglio 2025

2.6. Pipi, papà! - Parte II (La situazione esplode)

Codice giallo. L’attesa è lunga, estenuante: arriverò molto tardi, Antonia sarà fuori di sé. Mentre siedo sulla poltroncina di plastica della sala d’attesa con il bambino in braccio, le dò un colpo di telefono e m’invento una scusa qualsiasi per giustificare il ritardo, sforzandomi di apparire del tutto naturale. Le dico che siamo andati a trovare Mayra alla serra e che lei ci ha intrattenuti con uno dei suoi dolci. Ci casca. Riattacco.

Finalmente arriva il nostro turno: entriamo nel pronto soccorso e veniamo raggiunti da un’infermiera corpulenta, quasi della stazza di Mayra, ma senza nulla della sua materna dolcezza. Porta gli occhiali da vista, ha i capelli raccolti in una stretta crocchia sulla sommità del capo e indossa la classica divisa bianca con casacca a maniche corte e pantaloni, con vistosi aloni di sudore sotto le ascelle nonostante l’aria condizionata. Mette a sedere Martino su un lettino, toglie il fazzoletto e gli osserva il piede.

- Come si è fatto male il piccolo? - chiede con tono inquisitorio. Tengo saldamente nella mia la mano di Martino, che sta tremando un po’, e le rispondo:

- Stava facendo qualche passo in un torrente e si è tagliato con qualcosa che era sul fondo.

L’infermiera mi squadra da capo a piedi:

- È lei il padre?

Imbarazzato, non sapendo come fare per non far sentire la risposta al bambino, faccio segno di sì con la testa dietro la sue spalle. Inaspettatamente, Martino risponde per me:

- Tio Manu.

- Ah, quindi è lo zio, non il padre. E perché ha detto di essere il padre?

Mi stringo nelle spalle, rassegnato.

- Come le è venuto in mente di lasciare solo un bambino così piccolo in un torrente?

- In quel punto l’acqua è bassa e quasi ferma, c’è una specie di laghetto… - inizio giustificandomi, ma subito un moto di ribellione mi assale: cosa diavolo vuole da me questa tizia? Come si permette di farmi questo terzo grado?

- Ad ogni modo non era solo - proseguo con tono asciutto - Camminavo con lui e lo tenevo per mano, e poi c’era anche il mio cane.

- Il suo cane?

- Senta, - le dico bruscamente - il bambino non era solo, okay? Non mi sembra il caso di perdere tempo a farmi il processo: si tratta di curare la ferita, disinfettarla ed eventualmente fargli un’antitetanica, perché non sono riuscito a capire con cosa si sia tagliato. È disposta a farlo oppure no?

- L’antitetanica senza dubbio. Lei ha messo il bambino in pericolo - insiste lei, fissandomi gelida. Sostengo il suo sguardo: non rispondo nulla, ma accenno a muovermi verso l’area del triage, intenzionato a chiedere l’intervento di un altro infermiere meno indisponente. Finalmente si allontana per andare a prendere garze, cerotti e disinfettanti e il necessario per l’iniezione.

- Ora - sussurro a Martino, prendendolo in braccio - questa signora ti fa passare la bua. Sentirai una piccolissima punturina, ma non fa per niente male.

Lacrime senza suono scorrono dagli occhi di Martino: gliele asciugo con il mio fazzoletto e gli copro le guance di baci.

- Sinniora bbutta - singhiozza. La penso esattamente come lui, ma non devo farglielo capire.

- Ma no, amore, non è brutta: è una brava signora che adesso ti cura il piedino.

Nasconde il viso sulla mia spalla. Lo tengo così mentre l’infermiera gli fa l’iniezione, che gli provoca un piccolo sussulto.

- Fatto, è già tutto finito - gli dico, stringendomelo al petto e accarezzandogli i capelli.

L’infermiera osserva la ferita.

- Temevo di dovergli dare due punti, ma fortunatamente, con una buona medicazione e una fasciatura stretta, potremo evitarlo.

Sospiro di sollievo: ci mancavano anche i due punti con relativa anestesia.

Martino sopporta stoicamente la medicazione, senza lamentarsi: lo ammiro moltissimo, per essere così piccolo dimostra una grande forza d’animo. Intanto non smetto neppure per un istante di tenergli la mano e di accarezzargli la testa.

Alla fine ringrazio l’infermiera, che, per quanto antipatica, ha fatto un ottimo lavoro; non mi risponde neanche: fa un cenno con la testa, gira sui tacchi e rientra dietro la porta a vetri. Prendo in braccio il bambino ed esco dal pronto soccorso, impaziente di raggiungere il parcheggio dell’ospedale dove ho lasciato il Suzuki con sopra Bella, ovviamente con i finestrini aperti e una ciotola d’acqua a disposizione.

- Tutto bene? - chiedo a Martino, dopo averlo sistemato nel suo seggiolino. Fa cenno di sì con la testa, ma gli angoli della sua bocca rivolti all’ingiù dicono il contrario. Gli accarezzo di nuovo la guancia, salgo al posto di guida e riparto.

Ed eccomi sulla via del ritorno. La mia cazzata quotidiana l’ho fatta: chissà cosa mi dirà fra poco Antonia, quante maledizioni mi tirerà dietro, chissà se mi lascerà ancora portare in giro Martino. Del resto, quello che potevo fare l’ho fatto: la ferita è stata curata e l’antitetanica scongiurerà il peggio. Gli faccio una carezza sul piedino fasciato, ma lui allontana la mia mano.

- Tio cattivo! - esclama.

- Hai ragione, Martino, - ammetto avvilito - sono uno zio sbadato, ma ti voglio bene. Vedrai che il piedino guarisce in fretta.

Martino, offeso, non risponde. Riaccendo lo stereo e rimetto su le cover lullaby che gli piacciono tanto, ma il bambino frigna insofferente. Spengo lo stereo e guido per qualche minuto in silenzio. Improvvisamente il cellulare squilla: l’ho collegato in vivavoce allo stereo. Allungo d’istinto il braccio per spegnerlo, ma poi penso che in fondo Martino è troppo piccolo per capire. Non mi va di essere offensivo con Gianni, non voglio attaccargli il telefono in faccia. Ritiro il braccio e rimetto la mano sul volante, fingendo indifferenza per non insospettire Martino, che mi sta osservando con la coda dell’occhio. La voce di Gianni si diffonde chiara nell’abitacolo.

- Emmanuel, amore, ci sei?... Stai guidando, vero? Sento il rumore del motore: metti in vivavoce, mi raccomando, non voglio che tu corra dei rischi per colpa mia. Lo so che non mi rispondi, ma ti prego di ascoltarmi. Non riattaccare, per favore.

Un sudore freddo mi imperla la fronte, mentre Martino si fa stranamente attento.

- Ti penso tutti i giorni, sai? Non ti dimentico neppure per un istante. Vorrei tanto incontrarti per spiegarti… spiegarti alcune cose importanti, ecco.

Martino si lascia sfuggire un gridolino.

- Oh, ma sento che non sei solo: c’è il tuo piccolino con te? Che vocina adorabile…

Mi mordo a sangue la lingua per evitare di rispondergli. Intanto Martino continua a cinguettare e Gianni si scioglie in brodo di giuggiole:

- Dio, che creaturina adorabile... Sei fortunato, amore, ad avere un marmottino tutto tuo. Io non potrò mai averne uno… io… io avevo soltanto te, di marmottino, e adesso ti ho perso…

Gianni singhiozza sommessamente. Il mio imbarazzo è alle stelle. All’improvviso Martino scoppia in una risata isterica, come quella con cui mi aveva accolto quando mi aveva visto per la prima volta . Sento Gianni che balbetta:

- Il tuo piccolino ride di me… Emmanuel, amore, temo proprio che dovrò dirti addio. Sto diventando un peso insopportabile per te: sto sommergendo nel ridicolo la tua vita…

Gianni piange in silenzio, mentre Martino ride sempre più divertito.

- Addio, amore mio: perdonami per tutto - conclude Gianni con un singhiozzo, e riattacca.

Martino sta ancora ridendo.

Il mio cuore esplode in mille pezzi. Rifaccio immediatamente il numero di Gianni: non risponde. Guido in stato confusionale per diversi minuti, con il sangue che mi martella alle tempie, continuando a rifare quel numero. C’è la segreteria telefonica: gli lascio un messaggio secco e perentorio:

- Gianni, richiamami, cazzo.

Mi attraversa la mente un pensiero estemporaneo: in questa coppia il maschio sono io.

Dopo qualche minuto che mi sembra un’eternità, finalmente sento squillare il cellulare. Tolgo il vivavoce e lo porto all’orecchio, incurante di qualsiasi regolamento stradale.

- Gianni.

- Emmanuel.

- Gianni.

Contatto ristabilito. Respiro profondamente e ricomincio:

- Scusami, non volevo offenderti. Il bambino…

- Oh, il tuo adorabile bambino… cosa vuoi che ne sappia, poverino: mi ha semplicemente giudicato ridicolo, come in effetti sono.

- Tu non sei ridicolo. Mi hai fatto del male, ma non sei ridicolo, cazzo! Hai capito?

- Amore mio, era proprio per spiegarti delle cose che volevo rivederti.

Sospiro profondamente.

- Quando?

- Quando puoi tu.

- Dopodomani alle quattro.

- Va bene.

- Dove?

- Vengo io a Torino, non voglio farti correre fin qua.

- No, a Torino no: preferisco venire io a Milano. Dove?

- Al bar Paradiso. Lo conosci?

- No, ma lo troverò.

- Ti sono grato dal profondo dell’anima, Emmanuel.

- A dopodomani.

Riattacco.

Sono madido di sudore, ho il cuore che sta battendo a casaccio senza più preoccuparsi di alternare sistole e diastole. Mi lascio cadere con la schiena contro il sedile. Accendo lo stereo e alzo di prepotenza il volume, senza concedere diritto di replica a Martino, che infatti tace. Gli allungo una carezza sui capelli.

- Ti fa male il piedino? - gli chiedo.

Scuote la testa con aria decisa, da vero uomo.

- Alla mamma cosa diciamo? Che hai inciampato in un sasso aguzzo?

Scuote di nuovo la testa.

- E cosa le diciamo allora?

La sua risposta mi lascia senza parole:

- Emanue amole.

Scoppia di nuovo a ridere.

- Emanue amole, Emanue amole, Emanue amole… - ripete ridendo, con tono canzonatorio.

Sarà anche mio figlio, ma è una creatura crudele, e questa è una caratteristica che non può avere ereditato da me. Inghiotto la rabbia e la frustrazione, cercando di ricordarmi che sono io in difetto: non sono stato abbastanza attento e ho lasciato che si facesse male, perciò mi merito questo ed altro. Del resto, sono contento che il bambino sia tornato di ottimo umore e stia ridendo, anche se ride di me.

E ora, “Emmanuel amore”, preparati a ricevere una lavata di capo da Antonia.

Sospiro senza dire più niente e mi concentro sulla guida, confortato dalla presenza di Bella nel bagagliaio e dalla prospettiva di cenare con Carlos e Mayra. Ma un’altra gioia, più intensa, mi sta sciogliendo il cuore come un ghiacciolo in un frigo spalancato: presto, molto presto, rivedrò Gianni.

 

 

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