(agosto 1998)
- Mi raccomando, Emmanuel, fa’ attenzione: il bambino è ancora molto piccolo. Ti prego di non metterlo in pericolo.
Un senso di insofferenza mi assale a queste parole: non ne posso più di essere considerato da Antonia come una specie di minorato mentale buono solo per farci sesso ogni tanto. Io vorrei essere stimato, non trattato quella condiscendenza che si adotta con gli individui limitati per non farli sentire troppo inferiori. Vorrei sentirmi come mi faceva sentire Gianni, unico e prezioso; mi rendo conto di quanto sia insostituibile l’ammirazione iperbolica che solo un gay riesce ad avere per un altro uomo: nessuna donna può farti sentire così. Diventa davvero una droga, della quale è difficilissimo fare a meno; e io, neanche a dirlo, ci sono cascato con tutte le scarpe.
Ma quella, purtroppo o per fortuna, è acqua passata. Il mio presente è qui, con questa donna e questo bambino, e se non fosse per l’amarezza che avvolge come un fumo tossico tutte le mie giornate, potrei quasi dire di essere felice; ma è inutile mentire a se stessi: non lo sono. Del resto la felicità è una chimera, bisogna essere contenti di quello che si ha, agli dèi bisogna chiedere non quello che si desidera, ma di liberarci del desiderio, eccetera eccetera. Vorrei almeno sentirmi sereno, ecco tutto: ma il tono di indulgente superiorità che Antonia ha sempre con me me lo impedisce, mi irrita.
- Antonia, - le dico - possibile che tu mi prenda sistematicamente per un imbecille? Lo so anch’io che è piccolo, e non è la prima volta che lo porto con me, mi pare, no?
- Sì, ma prima era diverso: non camminava ancora, lo mettevi nel marsupio e te lo portavi a spasso così per i boschi o in quei posti strani che piacciono a te.
- E certo, io sono il solito sfigato che lo porta in giro per i boschi o “in quei posti strani che piacciono a me”, e che, guarda caso, una volta piacevano anche a te: mica a San Sicario nella baita nuova o in piscina alla villa. Chissà perché, eh?
- Emmanuel, dai, non cominciare…
- Comunque sì, l’ho portato anche nei boschi e lungo il torrente: e allora? Qualche volta l’ho portato anche in montagna e una volta perfino al mare, e non gli è mai successo niente.
- Certo, perché mentre tu passeggiavi lui era appeso sulla tua schiena o sul tuo petto. Ma adesso che ha incominciato a camminare è tutto diverso: è in piena esplorazione, non sta mai fermo. Anche in casa non fa che cadere per terra dietro tutti gli angoli, dovrei avere mille occhi per non perderlo di vista. Perciò ti prego, sta’ attento.
- Ci starò attentissimo. Poi c’è anche Bella che mi dà una mano: Martino cammina volentieri aggrappato al suo pelo e lei è pazientissima con lui.
- Sì, è un bravo cane.
Bella conferma con un abbaio e un largo sorriso, lasciando penzolare di fuori la lingua. Ho spesso l’impressione che la mia cagna capisca l’italiano, o quanto meno comprenda il senso generale di quello che viene detto. Anche Martino adesso mi dà questa impressione: capisce molte parole e frasi semplici. È un bambino molto curioso, decisamente intelligente, comprende i rapporti di causa-effetto, sta incominciando a costruire frasi di due parole, che rappresentano, a quanto ho letto, una tappa piuttosto avanzata dello sviluppo logico-linguistico del bambino: più volte l’ho sentito dire “Mamma pappa”, oppure “Gatto palla”, quando vuole la pallina da lanciare a Gino, che ci gioca come un esperto calciatore dribblando gli ostacoli e lo fa ridere di gusto.
Naturalmente non conservo il minimo ricordo di come fossi io alla sua età, ma penso di essere stato un bambino piuttosto tonto, di quelli che stanno volentieri in braccio alla mamma e si guardano intorno con aria ebete e sognante. Mi piaceva giocare in giardino, questo sì, lo ricordo perfettamente: ho imparato a correre molto presto, e spesso mi sbucciavo le ginocchia cadendo; però, a quanto mi dice mia madre, non piangevo mai.
Antonia mi cede finalmente il bambino: lo prendo in braccio. Scalpita e strilla un po’, perché vorrebbe camminare da solo, ma non mollo la presa: lo sistemo sul sedile anteriore del Suzuki, nel suo apposito seggiolino per bambini piccoli, faccio salire Bella nel portabagagli, torno indietro a dare un bacio ad Antonia e metto in moto.
È una bella e calda giornata d’agosto: accendo lo stereo e inserisco nel lettore un disco che piace molto a Martino: si tratta della rivisitazione in chiave “lullaby” di alcuni famosi brani rock che mi piacevano molto e mi piacciono tuttora. Non avrei mai pensato, ad esempio, che i Nirvana si prestassero magnificamente alla realizzazione di cover da culla, ma in fondo non è affatto strano: c’è quasi sempre, nei giri melodici delle canzoni di Kurt, un che di infantilmente orecchiabile, una sorta di rievocazione autoconsolatoria di atmosfere dell’infanzia. Martino canticchia i Nirvana a modo suo, confermando con ciò di essere proprio mio figlio, e sembra piuttosto a suo agio nel suo comodo seggiolino.
Sono già le due e mezzo, e quindi non potremo andare lontano. Porterò Martino al torrente Orco, dove andavo spesso da ragazzo con sua madre a studiare: mi fa piacere rivedere quei luoghi. Ora che ho ristabilito un rapporto con Antonia e la nostra situazione ha raggiunto, bene o male, un punto di equilibrio, non mi fa più male ritornarci: anzi, sono contento di portarci mio figlio e il mio cane, anche se mi rendo conto con un’improvvisa fitta di amarezza che Tegame resta per me insostituibile. Voglio molto bene a Bella, ma è un rapporto diverso, per così dire esterno. Invece quel povero animale grigiastro e scolorito era una parte di me, una specie di alter ego canino. Questo pensiero offusca un po’ la serenità del mio stato d’animo, velandolo di un’ombra di malinconia. Del resto, da qualche tempo a questa parte, sono sempre triste, anche quando fingo di essere allegro.
Soffro ancora e sempre per la mancanza di Gianni. Soffro doppiamente perché non dovrei soffrire. Sono qui con mio figlio e vorrei essere fra le braccia di un uomo che potrebbe essere mio padre: che razza di uomo sono? Che razza di padre posso mai essere?
Sono settimane, sono mesi ormai che combatto contro me stesso per dimenticarlo. Mi ha dato una grossa mano lui stesso, trattandomi in quel modo indecente. Quindi sì, soffro, ma sopporto stoicamente la sofferenza. Purtroppo so bene che è la sua telefonata quotidiana ad aiutarmi a sopportarla: ogni volta che squilla il cellulare e vedo quel numero, il mio cuore fa una capriola. Ora ho cambiato atteggiamento: non riattacco più immediatamente, ma ascolto in silenzio quello che ha da dirmi, senza rispondere. Poi riattacco. In questo modo lui ha la certezza che l’ho ascoltato: non voglio farlo sentire umiliato o respinto. Gli voglio bene, dannazione, e non mi va che soffra più di tanto. Ma no, non tornerò a cercarlo: lascio che la nostra ferita sanguini placidamente, annegandoci entrambi in un lago di torpore malinconico. Affoghiamo tenendoci per mano: è un modo come un altro per restare insieme.
Ed eccolo, il mio torrente, dove si allarga liscio e tranquillo in un’insenatura accanto alla riva erbosa che così spesso sceglievo per andarci a studiare, da solo o con Antonia, ma sempre in compagnia di Tegame. Fortunatamente Bella ha gli stessi gusti di Tegame e scodinzola felice, mentre faccio scendere Martino sull’erba e lo porto per mano verso l’acqua. Trotterella al mio fianco a piccoli passi ancora un po’ incerti, reggendosi con l’altra mano alla coda di Bella. Ci sediamo sulla sponda e lo prendo in braccio; osservo il placido scorrere dell’acqua, azzurra e trasparente, con il mento appoggiato sui suoi riccioli rossi, e mi sento pervaso da una strana commozione. Ad un tratto il bambino si agita nervosamente, mettendosi una manina sui pantaloni all’altezza dei genitali: Antonia gli ha messo il pannolino mutandina prima di affidarmelo, ed inoltre ne ho altri due di ricambio nella sacca con la stampa di Pluto che porto con me, dedicata interamente alle cose di Martino; tuttavia ho l’impressione che lui stia cercando di comunicarmi che vorrebbe fare la pipì, e non nel pannolone. Infatti mugola:
- Pipì, papà.
Resto sbalordito: non tanto per il messaggio che mi sta comunicando, dal quale risulta una precoce capacità di riconoscere lo stimolo della vescica e un’altrettanto precoce volontà di controllarlo, ma per le ultime due sillabe. Ad ogni modo lo assecondo, lo faccio alzare e lo porto in una zona riparata dai cespugli (precauzione inutile, ma io e mio figlio siamo tipi molto riservati), gli abbasso i pantaloncini e il pannolino e lo aiuto, sostenendolo, a fare la pipì “da uomo”, come desidera. Alla fine appare molto soddisfatto e sorride mentre gli tiro di nuovo su i pantaloncini e lo riporto a sedere sulla sponda.
- Martino, - gli dico - sei stato bravissimo a chiedere di fare la pipì come i grandi, sai?
Annuisce con convinzione.
- Però hai detto anche un’altra cosa… non hai detto solo “pipì”, vero?
Alza le spalle, come se fosse una cosa di nessuna importanza.
- Cos’hai detto, Martino? - insisto.
- Pipì - risponde lui.
- Sì, ma dopo cos’hai detto?
- Pipì! - ripete.
- Ho capito che hai detto “pipì”, ma dopo hai detto anche un’altra cosa. Non ho sentito bene, puoi dirmela di nuovo?
- Pipìììì! - sbotta lui esasperato, con l’aria di voler chiudere definitivamente quel discorso.
Sospiro rassegnato. Sono sicuro di avere sentito bene, ma da lui non saprò nulla, si è chiuso come un’ostrica. Mi porterò appresso questo dubbio per chissà quanto tempo.
- Vieni, - gli dico - andiamo a fare due passi dentro l’acqua: qui è bassa e tranquilla.
Bella, come al solito, capisce al volo il senso delle mie parole ed è ben felice di assecondarle: si tuffa nel torrente e sguazza con salti pesanti fra le pietre bianche e lisce del fondale, sollevando spruzzi e tentando di azzannare qualche pesce di passaggio, ovviamente senza successo. Accompagno Martino sulla riva di una piccola piscina naturale dall’acqua verdeazzurra, profonda poco più di venti centimetri: mi sembra il posto più adatto per fargli fare una passeggiata nell’acqua.
- Pecci! - esclama il bambino, indicando alcuni avannotti di barbo o di cavedano.
- Sì, ci sono i pesciolini - confermo sorridendo.
Mi tolgo le scarpe da ginnastica e gli sfilo le scarpine, appoggiandole sulla riva asciutta. Poi lo prendo per mano e avanzo verso l’acqua, cercando di indurlo a camminare nella piccola piscina azzurra, ma il bambino recalcitra e oppone resistenza.
- Dai, Martino, vieni con zio Manu.
- Pappa!
- Sì, dopo ti dò il tuo omogeneizzato di frutta, ma prima ci rinfreschiamo i piedi. Guarda Bella come salta nell’acqua!
Poco convinto, esitante, il bambino si lascia persuadere e inizia a muovere qualche passo accanto a me. Cerco di fargli appoggiare i piedini sui sassi più larghi e lisci. Martino incomincia a prendere gusto alla passeggiata; camminiamo per mano con i piedi nell’acqua per qualche minuto, quando all’improvviso lui lancia un piccolo grido.
- Che succede? - gli chiedo allarmato.
- Ahia pede!
Lo prendo in braccio e il cuore mi si ferma in petto: il suo piedino sinistro sanguina abbondantemente, ferito da non so cosa. Cerco di rassicurarlo, ma in realtà sono in uno stato confusionale e ho il cuore a mille. Scruto nell’acqua per capire cosa possa avere ferito il piede di Martino, ma non vedo niente: probabilmente un maledetto vetro, che si confonde con la trasparenza verdeazzurra dell’acqua. Il bambino, ovviamente, si mette a piangere; Bella interrompe immediatamente i suoi giochi acquatici e ci raggiunge abbaiando.
- Zitta, Bella! - intimo severo - Non capisci che così lo spaventi ancora di più?
Bella ammutolisce immediatamente e scodinzola avvilita.
- Non è niente, Martino, adesso lo zio ti fascia il piedino e poi andiamo a farci curare.
Prendo il bambino in braccio e lo porto sulla sponda: poi estraggo dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto pulito di cotone che per fortuna ho portato con me e gli fascio il piedino cercando di chiudere la ferita e di non farla sanguinare troppo, anche se so bene che per evitare il tetano è meglio lasciare che il sangue scorra: ma ne è scorso già abbastanza, e io non ho tempo da perdere. Corro verso la macchina con il bambino in braccio, lo sistemo sul suo seggiolino, faccio salire Bella nel bagagliaio e mi precipito verso il più vicino pronto soccorso, che per fortuna è a pochi chilometri di distanza.
Martino, sotto shock, ha smesso di piangere. Per tutto il tragitto non faccio altro che darmi dell’imbecille.